A Roma il corso di aggiornamento professionale organizzato da ARGA Lazio con ENPAIA e ANBI ridisegna i confini dell’informazione agroalimentare, tra sfide geopolitiche e l’attribuzione delle firme del cambiamento.
C’è un momento preciso in cui l’economia globale cessa di essere un grafico astratto proiettato su uno schermo e si materializza nella durezza di una zolla di terra secca o nella paratia di una chiusa che si solleva. Questo passaggio cruciale, che separa la narrazione virtuale dalla concretezza dei mercati e dei territori, è stato il filo conduttore del corso di formazione professionale per giornalisti che si è svolto nella sala riunioni della sede nazionale dell’ANBI a Roma. Organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio insieme ad ARGA Lazio e Unarga, con il patrocinio di ANBI e su impulso della Fondazione ENPAIA, l’incontro ha dimostrato come il settore primario sia oggi il vero sismografo delle tensioni geopolitiche planetarie.
A tracciare i confini della missione deontologica in questo scenario è stata Tiziana Briguglio, Vice Presidente di ARGA Lazio: “che rappresenta oggi una comunità professionale sempre più consapevole del proprio ruolo: raccontare con competenza e responsabilità i grandi temi che attraversano l’agricoltura, l’alimentazione, l’ambiente e il territorio”. Briguglio ha poi evidenziato il valore del dialogo con le istituzioni proprio all’interno della sede ospitante, “che sull’acqua ha costruito uno dei messaggi più potenti per gli stakeholders internazionali: l’acqua coltiva la pace. Solo una conoscenza solida permette al giornalismo di svolgere pienamente la sua funzione”.
La risorsa idrica come spina dorsale della sovranità
Il cuore del dibattito ha riguardato l’acqua, sottratta definitivamente alla narrazione della ciclica emergenza estiva per essere decretata come la prima infrastruttura strategica d’Italia. «L’Europa sta entrando in una fase in cui l’acqua non è più soltanto una risorsa naturale, ma un vero e proprio bene politico, capace di tenere insieme territori, economie e comunità», ha ammonito il Presidente di ANBI, Francesco Vincenzi, nel discorso di apertura. Rivolgendosi in un messaggio ai giornalisti, Vincenzi ha ricordato che «l’acqua non può essere ridotta a emergenza stagionale o a titolo di cronaca. È un tema strutturale. Se l’Europa vuole essere coesa, deve partire dall’acqua. Perché l’acqua è il primo bene comune e l’ultimo che possiamo permetterci di perdere».
A fargli eco sul piano della gestione operativa è stato il Direttore Generale di ANBI, Massimo Gargano, che ha sottolineato la centralità dei cantieri e della prevenzione: «In un Paese che vive ormai in stato di stress climatico permanente, la differenza non la fa chi racconta l’emergenza, ma chi costruisce le condizioni per evitarla. La prevenzione idrogeologica deve diventare la grande opera pubblica diffusa del nostro tempo». Gargano ha poi scandito una conclusione netta: «L’Italia che tiene è quella che investe sull’acqua. Perché l’acqua è l’unica infrastruttura che, se cede, trascina tutto il resto».
Sul fronte dei flussi finanziari necessari a sostenere questa rete, il Direttore Generale della Fondazione Enpaia, Roberto Diacetti, ha fotografato, nel suo messaggio, una svolta storica negli assetti economici: «Il 2026 segna un passaggio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato improbabile: l’acqua entra stabilmente nel perimetro degli investimenti strategici. Non come moda del momento, ma come asset strutturale, capace di generare valore economico, ambientale e sociale». Diacetti ha spiegato l’importanza della sinergia tra capitali e istituzioni: «Quando la progettualità dei Consorzi incontra la capacità finanziaria degli investitori istituzionali, nasce una leva potente: l’acqua è il nuovo confine dell’economia reale. Chi saprà investirci con responsabilità, costruirà il futuro».
Proprio sul legame tra gestione delle risorse materiali e stabilità intergenerazionale si è innestata la riflessione del Presidente di Fondazione ENPAIA, Giorgio Piazza, che ha proposto un parallelismo tra la tutela del territorio e le garanzie sociali: «La previdenza è un’infrastruttura nazionale, non un capitolo amministrativo. Come un bacino idrico ben progettato, un sistema previdenziale moderno deve saper accumulare nei tempi favorevoli, proteggere nelle fasi critiche e restituire continuità quando il contesto si fa incerto». Secondo Piazza, la tenuta del sistema dipende interamente dalla lungimiranza: «Un sistema previdenziale funziona quando non si limita a reagire, ma anticipa. È questo che dà stabilità al Paese».
Il primato del welfare a undici anni dalla legge 141
Accanto all’emergenza climatica, l’evento ha acceso i riflettori sulla dimensione sociale e protettiva del comparto agricolo. A undici anni esatti dall’approvazione della Legge 141 del 2015, l’Italia si è confermata la “maglia rosa” in Europa per aver saputo normare e strutturare l’agricoltura sociale.
«A distanza di oltre dieci anni dall’approvazione della Legge 141, possiamo dire che l’agricoltura sociale non è più un esperimento, ma una politica pubblica matura, capace di generare benessere reale», ha dichiarato Massimo Fiorio, membro del CdA di Enpaia (in quota Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali) e primo firmatario di quella storica transizione legislativa. «Quella norma ha dato dignità istituzionale a ciò che molti territori già intuivano: che la terra può essere un luogo di cura, di relazione e di riscatto. Per la prima volta lo Stato ha riconosciuto che il welfare può nascere dalla terra». Fiorio ha poi concluso tracciando la rotta futura: «La sfida dei prossimi anni sarà consolidare questo modello, ampliarlo e sostenerlo. Perché l’agricoltura sociale non è un settore: è un modo di pensare il Paese».
I limiti della tecnologia e la fisicità del suolo
Il resoconto della giornata ha poi affrontato la frontiera tecnologica, analizzando l’impatto dell’intelligenza artificiale e la gestione geopolitica dei mercati. Giuseppe Peleggi, Responsabile della Direzione Studi e Ricerche di Fondazione Enpaia ed ex Direttore Generale delle Dogane, ha ammonito la platea sul rischio di una scommessa esclusivamente virtuale: “Viviamo in un tempo in cui l’intelligenza artificiale sembra poter fare tutto: prevedere, calcolare, ottimizzare, simulare. Ma c’è una cosa che nessuna tecnologia potrà mai fare: ricreare il suolo che perdiamo”. Citando i costi ambientali dei data center, Peleggi ha evidenziato come ogni algoritmo possieda un’impronta fisica e idrica pesante: “La sfida del futuro non è scegliere tra terra e tecnologia, ma costruire un modello in cui l’AI aiuti a proteggere ciò che non possiamo permetterci di perdere. Perché il suolo non si duplica, e l’acqua non si stampa in 3D. Sono loro le vere infrastrutture del Paese”.
Peleggi ha inoltre offerto una disamina sul ritorno dei dazi globali e sulle criticità dei cosiddetti choke points logistici, ricordando che le barriere doganali funzionano come cerotti temporanei che aprono la strada al protezionismo, trasformando il commercio in una partita a scacchi dove tutti rischiano di perdere.
L’incontro si è chiuso con un forte richiamo alla responsabilità linguistica dei professionisti dell’informazione, sintetizzato dall’intervento di Fabrizio Stelluto, giornalista e responsabile della comunicazione ANBI nonché consigliere dell’ODG Veneto: “Ogni infrastruttura nasce da un progetto, ma ogni progetto nasce da una parola. Se non spieghiamo cosa significhi davvero ‘invaso’, ‘accumulo’ o ‘prevenzione diffusa’, rischiamo che la modernità venga percepita come un costo, non come una necessità”. Stelluto ha ridefinito il codice narrativo della cronaca ambientale con una formula incisiva: “Le parole sbagliate creano paura, le parole giuste creano consapevolezza. Le opere si costruiscono con il cemento, ma si difendono con le parole. Perché un Paese tiene solo se tiene il suo linguaggio. E il linguaggio dell’acqua è il primo che dobbiamo imparare a parlare bene”.
In fondo, il Paese che scorre è questo: un equilibrio continuo tra ciò che trattiene e ciò che spinge avanti. Gli argini che proteggono e le semine che preparano il futuro. L’acqua che muove i territori e la previdenza che tiene il sistema. In un tempo in cui la tecnologia accelera e i mercati oscillano, resta una verità semplice:l’Italia tiene quando riconosce il valore delle sue infrastrutture più antiche e più moderne, quelle visibili e quelle silenziose. Perché un Paese vive se sa custodire ciò che scorre e ciò che resta. E oggi, più che mai, la sfida è imparare a farli dialogare.
